Va saputo usare

Luglio 6, 2008

Le dimensioni, nella vita, sono una cosa importante. Molte volte ne parlano quando tu non sei presente. Altre volte te lo fanno capire con discorsi diretti e indiretti. Altre invece, ti dicono chiaramente che ce l’hai grosso, piccolo, che lo usi bene, che non lo sai usare, che non lo sfrutti a dovere.

A me hanno quasi sempre detto che lo so usare bene. Che mi sottovaluto e che invece dovrei pensare un pò più a me stesso. Non tanto per le dimensioni, ma perchè appunto mi viene detto che io lo so usare bene. Se non lo usi sei fottuto o vivrai una vita senza goderti tante bellissime sensazioni ed emozioni. Se lo usi con superficialità andrai probabilmente da poche parti e i tuoi rapporti si stringeranno radicalmente.

Se lo usi essendo te stesso hai qualche chance in più invece. Ci sarà chi avrà voglia di guardare oltre quelle dimensioni e capirà che lo usi con una capacità naturale fino ad esserne ammirate. Se sai di avere tali capacità ma non le vuoi sfruttare per svariati motivi, ti guarderanno in un modo inconsueto che ti farà venire persino qualche senso di colpa. Ma se quelle dimensioni le saprai sfruttare nel modo più naturale che ti è concesso, in molti casi lei verrà a cercarti nuovamente. Lo vorrà quasi fare suo. Verrà e starà in silenzio, ammirandoti con un bel sorriso che tu ricambierai a pieno.

Il modo in cui ti poni è lei è importante. La donna vuole l’uomo che le sa tenere testa. Vuole l’uomo che sappia fare l’uomo. La donna molte volte vuole guardare aldilà delle tue dimensioni e andrà a cercare invece la tua capacità di sfruttarlo. Se si sentirà coinvolta, avrai passo già tre passi avanti.

Dovrai mantenere costanza però. Perchè c’è chi lo usa sporadicamente in modo egregio. Chi pensa di usarlo soltanto in determinate giornate. Chi crede che quando lei si concede a te la prima volta, il gioco è fatto. No, niente di tutto ciò: dovrai farle capire che tu sei li, come un martello pneumatico, pronto a tenere testa a tutto quanto quello che lei sta cercando da quelle dimensioni.

Se non vi troverete d’accordo, la vostra relazione probabilmente sfumerà come un cerino svedese o come una sigaretta fumata in motorino.

Ma, se scatterà quel reciproco senso dell’ammirazione, potrai costruire con tutta probabilità qualcosa di molto buono e concreto.

E non ci saranno dimensioni che tengono. E non ci saranno tanti discorsi da fare.

Insomma, ci sono cinque parole che racchiudono tutto questo senso del discorso. Cinque parole semplici che molti scansano perchè credono di saperlo usare a meraviglia, rendendosi protagonisti di parole in mezzo al mare del niente e a gesti che sanno soltanto di squallido.

Io queste cinque parole ve le dico, poi ognuno tragga le proprie conclusioni.

Il cervello va saputo usare.

Passo e chiudo.


Di 2 colori

Luglio 1, 2008

E il Signor G. prese a camminare da solo, come gli capitava spesso negli ultimi tempi. Era assorto in qualche pensiero astratto ed i Lungarni erano soltanto la cornice di un quadro forse visto e rivisto ma che a lui piaceva da morire.

Camminando, incontrò un cane che scodinzolava contento. Un magrebino che parlava fitto nella sua lingua al cellulare, chissà con chi. Due ragazze che su di una tavola disegnavano quasi alla perfezione quel tratto di una Firenze che, a quell’ora, sembrava non avesse tanto l’aria di farsi stare a rimirare in quel modo. Un vu-cumprà che cercò disperatamente di fargli comprare un cd taroccato e, dopo che ebbe risposta negativa, provò a fargli comprare un paio di calzini e un accendi-fornelli. Il gestore di un ristorante ancora semivuoto ma che di lì a poco si sarebbe riempito di clienti pressochè turisti.

Incontrò un cartomante ad un tavolino con un cartello che diceva: 10 euro e ti leggo il futuro. Due tipi che litigavano per un parcheggio ed infine una donna, dall’aria brasiliana, alla fermata del bus. Si fermò ad osservare quattro piccioni che volavano bassi scacazzando come meglio gli pareva a loro.

Sono anarchici i piccioni, pensò.

Provò a buttare l’occhio oltre il Ponte Vecchio e si accorse che dall’altra parte, la vita notturna stava iniziando. Comprò un gelato da un euro e sessanta. Menta e cioccolato. E subito dopo pensò che se avesse comprato una scatola di After Eight sarebbe stata la stessa cosa.

E poi alzò lo sguardo al cielo fiorentino. La luna appariva flebile ma le stelle si vedevano nitide, come se fossero state disegnate da un Donatello qualsiasi. E poi sentì qualcosa che si muoveva nello stomaco.

Cazzo, questo è uno strizzone a cinque stelle.

Si rifece tutto il pezzo di strada stringendo i denti. Incontrò sulla sua strada altre facce sconosciute tranne le due ragazze che disegnavano e il gestore del ristorante. Arrivò alla bicicletta con la fronte perlata.

Se non mi movo me la fo addosso a questo giro.

E allora prese a pedalare più forte che poteva. Sembrava un Bartali indemoniato e sentiva che di li a poco qualcosa sarebbe accaduto, se non si fosse dato una mossa.

Arrivò a casa in un lago di sudore. Strinse le gambe per le due rampe di scale. Prese le chiavi. Girò nella serratura. Poi corse in bagno.

E quando pensava che di li a pochi secondi si sarebbe liberato da quell’immane fatica, senti’ che l’irrimediabile arrivava.

Provò a calarsi pantaloni. Non ce la fece.

E si accorse che le mutande erano già diventate di due colori.

E capii che se a volte resti a casa, forse è meglio.


Un passo indietro lungo 60 anni

Luglio 1, 2008

Impronte digitali sui bambini Rom.

Hitler iniziò cosi.

Io dico che se lo fanno davvero bisognerebbe andare tutti quanti li di nostra spontanea volontà e farcele fare tutti.

Che se un Rom ruba, ammazza, usa violenza e tutte le altre cose del mondo beh..io credo che un italiano non sia da meno da un Rom.

Può piacere o non piacere, ma è cosi.

E non mi dite che son critico o troppo di sinistra perchè i numeri della storia moderna ci insegnano questo.

…stiamo tornando indietro di 60 anni…


Sempre. Comunque.

Giugno 30, 2008

Quando c’era il giardino dietro casa di mia nonna, le giornate estive non finivano mai. C’era un prato, una ventina di ragazzini tutti sudati dietro ad un pallone e quattro magliette per fare i pali di due porte immaginarie. Sorrido perchè l’acqua della fontanella di quel giardino la bevevano tutti e non era un’esclusiva soltanto per i cani. Sorrido perchè non ce ne fregava niente di andare in giro con scarpe rotte, consumate, pantaloni scuciti e magliette dei colori più brutti del mondo.

Io e Francesco siamo cresciuti li. In quartiere povero fatto di gente povera. Con l’odore della polvere e le merende fatte di pane e olio. Ma quel piccolo spicchio di mondo ci apparteneva e non facevamo distinzioni su questo e quello. Andavamo sicuri nel nostro piccolo mondo, coi capelli fatti alla cazzo di cane e le nostre voci infantili.

Io e Francesco arrivavamo da uno dei rioni più storici di Firenze, San Frediano, e ci portavamo dietro le vecchie storie di artigiani, di braccianti e di quel pensiero “L’unione fa la forza” che esisteva per davvero. Siamo cresciuti tra due zolle e cinque fili d’erba. Senza paura che nessuno ci potesse mai giudicare o darci torto perchè, a nostra volta, noi non giudicavamo e non davamo mai torto a nessuno.

Quando cresci con un amico accanto, il rapporto diventa come di fratellanza. E allora ci bastava qualche sorriso, qualche pedata data male ad un pallone, qualche amico con cui condividere i nostri pomeriggi e il gioco era fatto. Non c’erano cellulari e la bellissima sensazione di correre a casa sua a suonargli il campanello per sentire se era in casa è una cosa che resterà per sempre.

Crescendo impari che la vita è un duro mestiere. E che non tutti pensano uguale a te. Eppure, anche nei nostri momenti di lontananza, è come se il nostro viaggio andasse sullo stesso binario. Negli angolo bui della periferia, conoscevamo e frequentavamo facce diverse. Mondi diversi. Luoghi diversi.

Poi bastava vederci per capire che non era cambiato niente. E’cosi’ che abbiamo costruito il nostro mondo. Fatto di piccole certezze. Fatto di allontanamenti bruschi, di ripensamenti, di abbracci e di pacche date sulle spalle. Condividendo tutto ciò che la vita ci ha messo di fronte: la gioia per un qualcosa che arrivava all’improvviso, il dolore condiviso per qualcuno che se ne andava per sempre e via dicendo.

Con le nostre ribellioni interne. I nostri problemi. I nostri sorrisi. Li abbiamo superati tutti, perchè insieme abbiamo avuto sempre quella consapevolezza che se volevamo potevamo arrivare dovunque.

Sorrido pensando alle nostre notti fatte di niente. Di un motorino che viaggiava senza direzione e con cinquemilalire in tasca in due. Di roba fatta e conservata. Di roba andata e dimenticata. Di tutti quei meccanismi che un’amicizia instaura inconsapevolmente.

Ci siamo fatti forza nel momento del bisogno senza dirci tante cose. Abbiamo tracciato linee ben definite davanti ai nostri piedi: che se qualcuno provava ad oltrepassarle uno o l’altro era subito pronto a dare man forte all’altro.

E poi ti ritrovi cresciuto. Altri pensieri. Altre idee. Altri modi di fare. La gente che ci vede assieme dice che siamo perfetti proprio perchè siamo diversissimi. Ma la gente riesce anche a vedere quell’uguaglianza che esiste in tutta quella diversità.

E poi non importa se hai una fede al dito. Non importa se i venerdi ti ubriachi. Non importa se le ferie non le avete mai passate insieme. Basta un giorno dentro un anno per far passare tutto quanto.

Ogni tanto, quando i pensieri tornano indietro, funzionano un pò come un boomerang. Da una parte c’è la consapevolezza che un bambino diventa per forza uomo prima o poi. Dall’altra c’è sempre quella minima parte di Sindrome di Peter Pan che ci fa fare le cose più disordinate del mondo.

In tutta questa corsa dentro al mondo, adesso non abbiamo più bisogno di starci a dare tante spiegazioni. Perchè sappiamo che la spalla, per qualsiasi cosa, la teniamo sempre pronta per l’altro. In qualsiasi momento e in qualsiasi decisione.

A volte non tutti riescono a vedere l’assoluta bellezza di un’amicizia.

Un’amicizia che arriva da lontanissimo per durare stabile e forte nel tempo.

La bellezza di un’amicizia non ha bisogno di questo post per descriverla.

E io e Francesco, comunque vadano le cose, non abbiamo paura di niente.


Di quando lei..Andiamo al mare?

Giugno 29, 2008

Hai deciso da quattro giorni che domenica te ne andrai al mare con lei perchè si, in città si muore di caldo e il tuo sistema nervoso potrebbe farti compiere gesti impensabili. Quindi è domenica. Otto e mezzo e sei già in autostrada con gli occhi ancora pieni di sonno. Lei accanto, affascinante come un quadro di Mirò. Dopo un’ora sei già a sparare le prime bestemmie: trovare parcheggio è un gran casino. Inoltre, l’unica piazzetta dove di solito a quell’ora trovi posto, quest’anno ha deciso di dare vita ad un mercatino multi-etnico.

Poi trovi un buco a un chilometro dalla spiaggia libera. Parcheggi e stai sudando che neanche quando andavi a giocare coi tuoi amici tutto il pomeriggio. Scendi dalla macchina: lei non ha cambiato espressione. Sembra che tutto proceda nella norma mentre te, invece, dentro cominci a pensare “ma chi cazzo me l’ha fatto fare di venire fin qui oggi”.

Nel bagagliaio le vostre cose: tu ciabatte, asciugamano e un libro. Lei: un arsenale di roba, robetta e robuccia che sembra un guardaroba di famiglia. Tira fuori una borsa grandissima di paglia che prontamente ti affibbia dicendoti “non vedi quanta roba c’ho da portare?”. Poi una borsetta più piccola e una busta che non ti riesce di capire cosa ci sia dentro.

Cominci a camminare sul lungomare che sembrate l’ultima coppia di vu cumprà esistente in quel pezzo di litorale. Il sole ormai è alto ma la voglia di arrivare in spiaggia è elevata. La borsa di paglia, puntualmente struscia contro il tuo fianco sudato graffiandolo. Ma guai ad emettere una costernazione di polemica, seppur piccola, onde ritrovarsi veramente a polemizzare con lei che ti dirà ” fai tante storie per una semplice borsa”.

La sua semplice borsa, di paglia, è due metri quadrati per due. A metà strada ti chiede di fermarti perchè deve trovare gli occhiali da sole. Rovista. Li trova. Li indossa. Poi cincischia ancora. Tira fuori il cellulare, smanopola un pò e poi ti fa rifermare per rimettere il cellulare dentro. A cento metri dalla spiaggia cominci a vedere il traguardo.

I primi passi sulla sabbia ti fanno lentamente passare il nervoso. “Ci siamo”, dici tra te e te. Togli l’asciugamano dalla spalla che a questo punto è bagnato come se ti ci fossi asciugato dopo aver fatto un tuffo in acqua. Lo appoggi alla rinfusa sulla sabbia. Ci butti il libro sopra e credi di aver toccato il cielo con un dito.

Ti giri e la vedi intenta nella preparazione: lei poggia tutto con cura. Borsa da una parte. Ciabatte dall’altra. Borsetta e busta ai lati dell’asciugamano. Tu ti stendi sull’asciugamano e provi a rilassarti un attimo e subito ti arriva una vocina:

- Tesoro, me la spalmi la crema?

- Dov’è?

- Nella borsa di paglia..

- Ok.

In un quarto d’ora le spalmi la crema perchè lei ha da dire che non gliela stai spalmando bene. Tu da dietro gli fai tutte le facce del mondo, che tanto non se ne accorge. Poi si mette comoda ed è come se te non esistessi più se non per un “tesoro me la vai a comprare l’acqua che ho sete?”.

Gliela compri. Gliela porti. Lei beve. A te tocca soltanto un sorso d’acqua, all’ultimo, ormai a temperatura ambiente. Poi la giornata sembra scorrere normalmente. Fino a quando, arriva un branco di ragazzi proprio vicino a te. Sono una ventina. Urlano. Ridono. Scherzano. Ma scherzando ogni tanto ti fanno mangiare un pò di sana sabbia che puntualmente ti tirano addosso con quei piedi mentre si rotolano sulla sabbia.

“Son ragazzi come noi” pensi. E’quando torni da fare il bagno che senti il nervoso salire. Loro continuano a ridere e scherzare e la sabbia ora si appiccica a te, che ancora sei bagnato. Guardi lei in cerca di uno sguardo almeno confortevole. Di uno sguardo che stia dalla tua parte. Lo sguardo arriva ma con quello anche un:

- Te l’avevo detto che sei un cretino. E’logico che se ti metti bagnato poi la sabbia ti si appiccica addosso..che guardi cosi?

- Scusa eh..si viene al mare. E già la parola mare implica che io faccia il bagno. Logico che questi tirin la sabbia addosso è un pò meno logico invece..

_ Madonna quante storie..rilassati su..

Chiudi la conversazione cosi. Prendi il libro. Leggi un pò. Lei sembra una lucertola sotto il sole. Ormai non ti caca più da un pezzo e anche se le parli sembra faccia finta di essersi addormentata.

A una cert’ora lei sente che ormai è l’ora di poter tornare a casa. Sono le sei di pomeriggio e tu in quel preciso istante avresti voglia di fare un altro tuffo. Ma non dici niente. Anche a te è presa un pò di voglia di tornare a casa.

Rifate i vu cumprà del litorale. Come al solito ti carica di borsa di paglia e altra roba. Quella borsa che ora, dopo aver preso il sole, graffia ancora di più sul tuo corpo. Cercando di mantenere un autocontrollo nella norma, cammini a finalmente arrivi alla macchina.

Parti. Tra un’ora sarete a casa. Un’ora diventano tre perchè sull’autostrada c’è un enorme serpentone di macchine che hanno avuto la tua stessa idea e siete partiti tutti allo stesso orario. Lei non fa una piega: chiude gli occhi e si riposa. Mentre te senti anche un pò di crampi al polpaccio a forza di fare il gioco frizione-gas-prima-folle.

Arrivi a casa stremato. Sudato più della mattina. Mezzo scottato. Coi graffi della borsa di due metri quadrati per due sul fianco. Vi salutate. Un bacio. Una carezza.

Poi lei ti sorride, ti prende dolcemente la testa e ti sussurra:

- Grazie amore per la splendida giornata. Domenica prossima ci ritorniamo?

Vorresti mandarla anche un pò affanculo ma ti trattieni. Però, come diritto di replica ti concedi un:

- Prego amore. Domenica prossima ti porto io in un posto..

- E dove?

- A fare l’abbonamento in piscina.

- Sei sempre il solito.

Poi se ne va. Te sorridi. Un pò dal nervoso. Un pò perchè ti fa davvero sorridere lei, a volte.

Dopo cena ti chiama e ti dice che non sei un tipo abbastanza paziente.

Cerchi di spiegarle come stanno le cose. Lei non ne vuol sapere. E’fatta cosi.

Le dai ragione. Attacchi. Una doccia. Poi vai a letto.

E , dalla mattina seguente, cerchi di farti venire l’ispirazione per una scusa più che plausibile.

A volte, odiare una domenica al mare è un diritto.